I volumi polmonari non si allenano, la tecnica sì

Apneista disteso sul fondo di una piscina con la corsia segnata sopra di lui

Nello spogliatoio di una piscina, a ottobre, c’è sempre qualcuno che gonfia un palloncino per allenare i polmoni. Un altro racconta di aver guadagnato mezzo litro di capacità in un mese. Un terzo, prima di scendere in vasca, fa venti respiri veloci e profondi perché così, dice, si carica di ossigeno.

Le tre scene descrivono lo stesso errore, e la terza è quella che ogni anno manda qualcuno sul fondo della vasca senza che nessuno se ne accorga. Non perché quelle persone siano imprudenti, ma perché hanno un modello sbagliato di come funziona il respiro sotto sforzo e sott’acqua.

Il modello corretto è meno spettacolare e più utile. I volumi polmonari sono in larga parte una caratteristica anatomica, quindi non è lì che si guadagna. Quello che si può cambiare è come li usi: la calma, il ritmo, la tolleranza all’anidride carbonica e l’efficienza dei movimenti in acqua.

Tre frasi da bordo vasca, e cosa ne resta

Quello che si sente dire Che cosa c’è di vero Che cosa fare invece
“Allenando i polmoni aumenti la capacità” Molto poco negli adulti: i volumi dipendono da statura, età, corporatura Lavorare su mobilità del torace, calma e tecnica
“Il palloncino allarga i polmoni” Impegna i muscoli espiratori, non modifica il volume dell’organo Espirazioni lunghe e controllo del diaframma
“Con l’iperventilazione carichi ossigeno” Falso e pericoloso: cala l’anidride carbonica, l’ossigeno resta quasi invariato Respirare normale e non toccare il segnale d’allarme
“Chi resiste di più ha più fiato” Spesso ha solo più tolleranza all’anidride carbonica Allenare quella tolleranza, ma sempre a secco e con criterio
“La maschera che frena l’aria simula l’altitudine” Aumenta il lavoro respiratorio, non riproduce la quota Investire il tempo in tecnica e in condizione generale

Da dove nasce l’errore

L’intuizione è comprensibile. Se il muscolo cresce con il carico, dovrebbero crescere anche i polmoni. Ma i polmoni non sono un muscolo: sono un tessuto elastico dentro una gabbia mobile, e il volume che possono contenere dipende dalle dimensioni di quella gabbia e dalle proprietà del tessuto, non dallo sforzo che fai per riempirla.

La statura è il fattore che pesa di più, insieme all’età e alla corporatura. Due persone della stessa età e altezza, una allenata e una no, hanno capacità vitali che si somigliano parecchio. Quello che le distingue nell’acqua è come consumano l’aria che hanno, non quanta ne hanno.

C’è un caso che alimenta il fraintendimento: negli apneisti di livello alto si misurano spesso capacità vitali superiori alla media. Quanto sia effetto del lavoro sulla mobilità toracica e quanto sia selezione naturale di chi arriva a quel livello resta discusso, e in ogni caso riguarda anni di pratica, non le sei settimane di un corso.

Che cosa sono i volumi polmonari, in pratica

Servono tre definizioni e poi si può ragionare. La capacità vitale è l’aria che riesci a espirare dopo aver inspirato al massimo: è il numero che tutti chiamano impropriamente capacità polmonare. Il volume residuo è l’aria che resta dentro anche dopo un’espirazione completa, e non si può espellere. La somma delle due è la capacità polmonare totale.

Il volume residuo è la parte che conta per chi scende in profondità, perché è ciò che impedisce al torace di collassare oltre una certa quota. È anche il motivo per cui l’apnea profonda ha limiti fisici che nessun allenamento cancella e per cui certe tecniche di riempimento vanno insegnate da chi sa cosa sta facendo.

Nell’attività ricreativa, però, questi numeri contano molto meno di quanto si creda. Chi nuota, chi fa fondo con la tavola o chi passa un’ora con maschera e boccaglio non è limitato dal volume dei polmoni: è limitato dal ritmo, dalla tensione muscolare inutile e dalla tecnica che gli fa spendere ossigeno per andare piano.

Non è l’ossigeno a dirti di risalire

Questo è il punto che rimette tutto in ordine. La sensazione che ti obbliga a respirare non nasce dalla mancanza di ossigeno, ma dall’accumulo di anidride carbonica nel sangue. Sono i recettori sensibili a quel gas a far partire le contrazioni del diaframma e la fame d’aria.

Il sistema è stato costruito per un mondo in cui respirare è sempre possibile, e in quel mondo funziona benissimo: l’anidride carbonica sale ben prima che l’ossigeno diventi critico, quindi il segnale arriva con largo anticipo. Sott’acqua, dove respirare non è un’opzione, quel margine di sicurezza diventa l’unica cosa che ti avvisa.

Da qui discende tutto il resto. Chi allunga l’apnea allenandosi a sopportare le contrazioni sta accorciando il proprio margine in modo consapevole, e lo fa con supervisione. Chi lo accorcia senza saperlo, togliendo il segnale con qualche respiro veloce di troppo, arriva alla perdita di coscienza senza aver sentito niente.

L’iperventilazione toglie il segnale, non aggiunge ossigeno

Il sangue arterioso, con una respirazione normale, è già quasi completamente saturo di ossigeno. Respirare più in fretta e più a fondo non aggiunge una riserva significativa, perché non c’è spazio libero da riempire. Quello che cambia in modo netto è l’anidride carbonica, che viene lavata via e scende sotto i valori abituali.

Il risultato è un’apnea che parte senza fame d’aria e che sembra facile. Il consumo di ossigeno però continua identico, e quando arriva il momento in cui l’anidride carbonica risale abbastanza da far scattare l’allarme, l’ossigeno può essere già sceso a livelli che non sostengono la coscienza. La persona non si dibatte, non chiama, non risale: scivola sul fondo in silenzio.

È il meccanismo che ha portato molte piscine e molte federazioni a vietare esplicitamente le apnee prolungate in vasca fuori dalle sessioni sorvegliate. Non è eccesso di prudenza: è la risposta a incidenti avvenuti con nuotatori allenati, in acqua bassa, con altre persone presenti nella stessa vasca.

Che cosa migliora davvero con l’allenamento

La lista è più corta di quanto si spera, ma ogni voce rende. La prima è la tolleranza all’anidride carbonica: si può abituare il sistema a convivere con valori più alti, il che sposta in avanti il momento in cui le contrazioni diventano insopportabili. Si lavora a secco, seduti o distesi, mai in acqua.

La seconda è la capacità di rilassarsi, che ha effetti misurabili sul consumo. Un praticante teso spende ossigeno per contrarre muscoli che non servono al movimento e per una frequenza cardiaca più alta del necessario. La terza è la mobilità della gabbia toracica e del diaframma, che non aumenta i volumi ma rende più efficiente il modo in cui vengono usati.

La quarta, e in acqua è quella che pesa di più, è la tecnica. Una bracciata che scivola, una pinneggiata ampia e lenta, una posizione allineata: ognuna di queste cose riduce il consumo a parità di distanza percorsa. Chi vuole capire come queste componenti si incastrano in una disciplina che le richiede tutte insieme trova il quadro nella scheda sul freediving.

Gli esercizi di respirazione che cambiano qualcosa

Maschera e boccaglio appoggiati sul bordo della vasca accanto a un asciugamano
Helmardine / BY-SA 4.0

Qui sotto ci sono gli esercizi di respirazione che ha senso inserire in una settimana normale. Sono tutti a secco, tutti a basso rischio e tutti verificabili: dopo qualche settimana sai se stanno funzionando perché cambia il ritmo con cui affronti le cose, non perché un numero è salito.

  • Espirazione lunga. Inspiri contando fino a quattro, espiri contando fino a otto, per tre o quattro minuti. Abbassa il ritmo cardiaco e insegna a governare il respiro quando il torace si irrigidisce.
  • Respirazione diaframmatica. Una mano sul torace e una sull’addome: si muove solo quella bassa. È la base di tutto il resto e va imparata da fermi, non in acqua.
  • Tavole di anidride carbonica, a secco. Apnee brevi con pause di recupero che si accorciano progressivamente. Fatte da seduti, in sicurezza, mai in vasca e mai in piedi.
  • Mobilità del torace. Aperture in estensione, rotazioni, allungamento degli intercostali. Serve a usare l’aria che hai, non a fabbricarne di nuova.
  • Recupero dopo lo sforzo. Al termine di una serie in vasca, tre o quattro respiri corti e attivi per riportare l’ossigeno in fretta: è la tecnica che si insegna sempre per prima nei corsi di apnea.

Manca volutamente qualsiasi esercizio che preveda di trattenere il respiro in acqua senza supervisione. Non è una dimenticanza: è la riga che divide un allenamento da un rischio inutile.

Le pratiche inutili, e quelle che fanno danno

Spirometro con boccaglio monouso usato per misurare i volumi respiratori
Ccyutranslation / BY-SA 4.0

Il palloncino è la più innocua della lista. Allena i muscoli espiratori, che è un effetto reale ma piccolo, e non modifica in alcun modo il volume dell’organo. Se qualcuno riferisce di aver guadagnato mezzo litro in un mese, quasi sempre ha semplicemente imparato a eseguire meglio la manovra di misurazione.

Le maschere che riducono il flusso d’aria durante l’allenamento a secco sono un caso più interessante. Non riproducono la quota, perché la percentuale di ossigeno nell’aria che respiri resta quella di sempre: aggiungono soltanto un carico ai muscoli respiratori. Non fanno male, occupano tempo che renderebbe di più altrove.

Poi c’è la categoria che fa danno davvero. Serie di vasche in apnea per aumentare il fiato, apnee statiche fatte in solitaria a bordo vasca, respirazione trattenuta durante il nuoto veloce, prove di apnea in acqua fredda. Tutte condividono lo stesso difetto: spostano una persona verso la perdita di coscienza in un ambiente dove nessuno è pronto ad accorgersene.

Con le bombole il problema è opposto

Chi respira da un erogatore ha il problema rovesciato: l’aria c’è, e la tentazione è di usarne meno per allungare l’immersione. Da lì nasce l’abitudine di rallentare il respiro fino quasi a interromperlo fra un atto e l’altro, che porta l’anidride carbonica a salire e produce mal di testa, affanno improvviso e capacità di giudizio ridotta proprio quando serve.

La regola sott’acqua con l’autorespiratore è una sola e non ha eccezioni: non si trattiene mai il respiro, soprattutto in risalita, perché l’aria contenuta nei polmoni si espande al diminuire della pressione. Il consumo si riduce con l’assetto corretto, con movimenti lenti e con la calma, non con la gestione manuale dell’aria.

Anche fuori dall’apnea e dalle bombole il tema resta. In qualunque sport in cui si finisce sott’acqua all’improvviso, il riflesso di trattenere il fiato in fase di panico è il vero pericolo: succede in caduta dietro un natante, come in ogni disciplina trainata, e chi si avvicina al wakeboard impara a espirare mentre va sotto proprio per questa ragione.

Mai da soli, e mai in vasca senza chi guarda

La sicurezza dell’apnea si riassume in una frase che sembra ovvia e che viene violata continuamente: qualcuno deve guardarti, e deve sapere cosa fare. Un bagnino distratto da altre corsie non è assistenza. Un amico che nuota accanto e non ha mai visto una perdita di coscienza non è assistenza.

La persona che assiste sta in superficie, resta a distanza di braccio nella fase finale, osserva il viso e i movimenti e sa che i secondi immediatamente successivi all’emersione sono i più critici. Se qualcosa va storto, la sequenza è togliere la testa dall’acqua, portare la persona a riva o a bordo vasca e chiamare i soccorsi: in acque interne e in piscina il numero è il 112, in mare c’è anche il 1530 della Guardia Costiera.

Un secondo aspetto riguarda la salute generale. Le manovre di trattenimento del respiro modificano frequenza cardiaca e pressione, quindi chi ha condizioni cardiologiche o respiratorie note ne parla con il proprio medico prima di iniziare, seguendo le indicazioni sull’attività sportiva che fanno capo alle autorità sanitarie, fra cui l’Istituto Superiore di Sanità.

Se vuoi un numero, va misurato

Le stime fatte con il metro da sarto, le applicazioni che calcolano la capacità dall’altezza e i confronti con i valori pubblicati non dicono granché sul tuo caso. La misura si fa con una spirometria, che è un esame semplice, non invasivo e rapido, e viene eseguita in ambito sanitario.

Il referto restituisce la capacità vitale e i flussi espiratori confrontati con i valori attesi per la tua statura, età e sesso. Serve soprattutto a due cose: escludere un problema respiratorio che spiegherebbe l’affanno che senti, e darti un riferimento reale invece di un’idea.

Quello che non farà è dirti quanto durerà la tua prossima apnea. Fra due persone con la stessa capacità vitale, la differenza in acqua la fanno la calma, il ritmo e la tecnica, e quelle tre cose non compaiono su nessun referto.

Domande frequenti

Un nuotatore ha davvero i polmoni più grandi

Nelle misurazioni i nuotatori mostrano spesso valori sopra la media, ma il quadro è meno lineare di come viene raccontato: pesano la statura, la selezione di chi arriva a livelli alti e l’allenamento fatto in età di sviluppo. In un adulto che inizia a nuotare, il guadagno di capacità è modesto; il guadagno di efficienza è enorme.

Le tavole di apnea si possono fare da soli

Solo quelle a secco, da seduti o distesi, in un posto dove una perdita di coscienza non causerebbe altri danni. In acqua non si fa niente di simile senza una persona formata che assiste. Il rischio non è teorico e non dipende dal livello di chi le esegue.

Serve smettere di respirare per allenare il diaframma

No, e sono due cose diverse. Il diaframma si allena con il controllo del movimento e con la mobilità del torace, cioè con esercizi che si fanno respirando. Trattenere il respiro allena la tolleranza a un gas, che è un altro capitolo con altre precauzioni.

Perché in acqua fredda va tutto più in fretta

Perché il freddo accelera il consumo e perché l’impatto iniziale altera il respiro nei primi secondi. Le apnee in acqua fredda richiedono margini più ampi, durate più brevi e assistenza ravvicinata: è il contesto in cui gli incidenti capitano anche a chi ha esperienza.

Quanto tempo prima di vedere risultati sulla tolleranza

Qualche settimana di lavoro regolare a secco cambia in modo percepibile la reazione alle prime contrazioni. È un adattamento che si perde in fretta quando ci si ferma, quindi ha senso mantenerlo con sessioni brevi e frequenti invece di concentrarlo prima di un’uscita.

Il conto finale è semplice: i polmoni che hai sono quelli, e non c’è esercizio che li faccia crescere in modo utile. Tutto quello che si può guadagnare sta nel modo di usarli, e per fortuna è la parte con più margine di miglioramento di tutte.