Hai trovato una rete abbandonata sul fondo, ora cosa fai

Rete da pesca abbandonata impigliata su una formazione rocciosa sul fondale marino

Chi fa immersioni da abbastanza tempo, prima o poi, incontra una rete abbandonata. È impigliata su una secca, avvolta attorno a un relitto o semplicemente adagiata sulla sabbia, spesso coperta di alghe e con qualche pesce morto ancora intrappolato tra le maglie. Il primo istinto è cercare di liberarla, ma è esattamente il momento in cui conviene fermarsi e pensare.

Una rete persa o abbandonata non smette di lavorare quando il pescatore che la usava non la recupera più. Continua a catturare pesci, granchi, uccelli marini e occasionalmente cetacei per anni, in un fenomeno che chi si occupa di conservazione marina chiama pesca fantasma proprio per questa capacità di continuare a uccidere senza nessuno che ne raccolga il pescato.

Quello che segue distingue cosa un subacqueo o un pescatore può fare da solo, in sicurezza, e quando invece la cosa giusta da fare è segnalare e lasciare il recupero a chi ha l’attrezzatura e la formazione adatte.

Il punto in breve

  • Una rete abbandonata continua a catturare pesci e altri animali per anni, senza nessuno che la controlli.
  • Il rischio maggiore per chi la trova è restare impigliato mentre prova a liberarla.
  • Le reti piccole e superficiali si possono tagliare con attrezzatura adatta e un compagno presente.
  • Le reti grandi, profonde o su relitti richiedono un intervento organizzato, non un tentativo estemporaneo.
  • La posizione esatta vale più del tentativo di recupero: senza coordinate, nessuno può tornarci.
  • La segnalazione alla Guardia Costiera è il passo che mette in moto l’intervento corretto.

Reti fantasma: da dove arrivano davvero

La maggior parte delle reti fantasma non viene abbandonata per negligenza, ma persa durante il lavoro: si impiglia su un fondale roccioso non segnalato, si strappa durante una mareggiata improvvisa o si separa dalla boa di segnalazione a causa di un guasto o di un urto. Recuperarla in quel momento, con mare formato o visibilità scarsa, spesso non è possibile.

Una parte più piccola arriva da attrezzi da pesca ricreativa o da reti da posta lasciate perché danneggiate oltre il punto in cui vale la pena ripararle. In entrambi i casi il risultato per l’ambiente è identico: un attrezzo pensato per catturare pesci continua a farlo senza che nessuno raccolga il pescato o lo lasci andare.

Le reti in fibre sintetiche, che sono la maggioranza di quelle in uso oggi, non si degradano in tempi brevi. Restano attive per anni, a differenza delle vecchie reti in fibra naturale che un tempo si disgregavano molto più in fretta.

Perché continuano a catturare pesci e animali per anni

Una rete abbandonata funziona ancora come una trappola perché mantiene la propria forma tridimensionale nell’acqua, sostenuta da galleggianti e piombi che restano attivi anche senza nessuno che la controlli. Un pesce che vi nuota contro resta impigliato esattamente come farebbe con una rete appena calata.

Il fenomeno si autoalimenta in un modo particolarmente crudele: gli animali intrappolati e morti attirano predatori e necrofagi, che a loro volta restano impigliati cercando di nutrirsi. Una singola rete abbandonata su un fondale ricco di vita può continuare questo ciclo per molte stagioni.

L’impatto non riguarda solo i pesci. Tartarughe marine, uccelli tuffatori e occasionalmente piccoli cetacei restano intrappolati in reti alla deriva o adagiate sul fondo, con conseguenze quasi sempre letali per l’animale coinvolto, un problema che si intreccia con quello più ampio dei rifiuti che finiscono in mare, descritto nella scheda sulle microplastiche in mare.

Cosa succede se provi a tirarla su da solo

Subacqueo che taglia con cautela una rete impigliata su una parete rocciosa sommersa

Il rischio principale per un subacqueo che si avvicina a una rete abbandonata è l’impigliamento. Una rete si muove con la corrente, si attorciglia attorno alle bombole, alle pinne o alle braccia, e più ci si dimena per liberarsi più le maglie si stringono attorno all’attrezzatura.

La condizione minima per intervenire da soli riguarda solo reti piccole, in acque poco profonde, con buona visibilità e senza corrente significativa. Serve un coltello subacqueo o delle forbici dedicate al taglio del filo da pesca, mai le mani nude, e un compagno che resti a distanza di sicurezza pronto a intervenire senza avvicinarsi a sua volta alla rete.

Il limite netto è: se la rete è grande, se è incastrata su un relitto o una parete profonda, se la visibilità è scarsa o se non hai attrezzatura da taglio adeguata, il recupero non si tenta. Si segnala la posizione e si lascia il lavoro a chi ha equipaggiamento e formazione specifici per questo tipo di intervento.

Quando il recupero richiede un’imbarcazione e attrezzatura dedicata

Le reti di grandi dimensioni, quelle incastrate su strutture come relitti o secche articolate, e quelle a profondità che superano i limiti della subacquea ricreativa richiedono un intervento organizzato con imbarcazione di supporto, verricelli e squadre dedicate.

Le associazioni che si occupano di pulizia dei fondali coordinano questi interventi con tempi e attrezzatura adeguati, spesso in collaborazione con i pescatori locali, che conoscono meglio di chiunque altro dove si accumulano gli attrezzi persi nella propria zona di lavoro.

Anche in questi casi organizzati, il primo passo resta lo stesso di un ritrovamento occasionale: sapere esattamente dove si trova la rete, perché senza quel dato nessuna squadra può pianificare un intervento efficace.

Reti a confronto: materiale, degrado, rischio

Tipo di rete Materiale tipico Tempo di permanenza indicativo Rischio principale
Rete da posta Nylon monofilo Molti anni senza interventi Cattura continua di pesci di piccola e media taglia
Rete a strascico persa Fibre sintetiche intrecciate Anni, con degrado molto lento Danno fisico ai fondali e agli habitat
Attrezzatura da pesca sportiva Filo da pesca e ami Anni, filo quasi indistruttibile Impigliamento di uccelli e piccoli animali
Nasse abbandonate Metallo e rete plastica Anni, con cattura continua all’interno Cattura di crostacei e piccoli pesci senza possibilità di uscita

Le nasse abbandonate meritano un’attenzione particolare perché, a differenza delle reti, funzionano come trappole chiuse: un granchio o un pesce che entra per il richiamo di un’esca ormai esaurita spesso non trova più la via d’uscita, e diventa a sua volta un’esca per l’esemplare successivo.

La segnalazione corretta, passo per passo

Boa di segnalazione galleggiante ancorata sopra un punto del fondale marino
Stavros Argyropoulos from Greece / BY-SA 2.0
  1. Segna la posizione esatta con il GPS della barca di appoggio o con punti di riferimento precisi se ti trovi vicino alla costa.
  2. Annota la profondità e le condizioni del fondale, perché determinano il tipo di intervento necessario.
  3. Fotografa la rete se hai una fotocamera o uno smartphone in custodia stagna, senza avvicinarti oltre il necessario.
  4. Stima le dimensioni approssimative e il livello di incaglio, per aiutare chi organizzerà il recupero a preparare l’attrezzatura giusta.
  5. Contatta la Guardia Costiera al numero 1530 o tramite l’app dedicata, oppure il centro immersioni o l’associazione ambientale più vicina.
  6. Condividi le coordinate in modo chiaro, per iscritto quando possibile, per evitare fraintendimenti sulla posizione.

Una segnalazione precisa vale più di un tentativo di recupero riuscito a metà. Una rete tagliata ma lasciata comunque sul fondo continua a catturare, mentre una segnalazione accurata porta a un intervento che la rimuove davvero.

Chi interviene dopo la segnalazione

La Guardia Costiera valuta la segnalazione e, a seconda della zona e della rilevanza ambientale del sito, coinvolge le autorità competenti, le aree marine protette quando il ritrovamento avviene al loro interno, o le associazioni specializzate nella rimozione di attrezzi da pesca abbandonati.

Nelle aree marine protette italiane esistono spesso protocolli dedicati proprio a questo tipo di segnalazione, con personale addestrato al recupero in sicurezza, come descritto nella scheda sulle aree marine protette in Italia.

I centri di immersione locali sono spesso un canale efficace in parallelo alla segnalazione ufficiale, perché conoscono il sito, hanno attrezzatura adatta e possono organizzare un intervento in tempi brevi con subacquei esperti proprio in quella zona.

Cosa non fare mai

Non tirare la rete verso la superficie da soli se è incastrata su una struttura: il movimento improvviso può liberare parti della rete in modo imprevedibile e coinvolgere chi sta tirando. Non tagliare la rete lasciandone frammenti liberi alla deriva, perché quei frammenti restano comunque pericolosi per la fauna.

Non avvicinarsi a un animale già intrappolato senza formazione specifica: un delfino, una tartaruga o anche un pesce di grandi dimensioni in difficoltà possono reagire in modo imprevedibile al tentativo di liberazione. In questo caso la segnalazione immediata è l’unica azione corretta.

Non sottovalutare mai le reti apparentemente piccole: anche un frammento di pochi metri può bastare per bloccare pinne, bombole o un braccio, e l’impigliamento in acqua resta pericoloso indipendentemente dalle dimensioni dell’attrezzo.

Il ruolo dei pescatori nel segnalare e nel recuperare

I pescatori professionisti sono spesso i primi a conoscere l’esistenza di una rete abbandonata, perché la incontrano durante il proprio lavoro, magari impigliata nei propri attrezzi o segnalata da colleghi che frequentano la stessa zona di pesca. Coinvolgerli nella segnalazione, quando possibile, accelera l’individuazione precisa del punto.

In diverse zone costiere italiane esistono iniziative che premiano i pescatori per il recupero volontario di rifiuti marini e attrezzi da pesca abbandonati durante le normali uscite di lavoro, un approccio che trasforma un problema ambientale in un’attività compatibile con il mestiere quotidiano invece che in un ulteriore carico di lavoro.

Questa collaborazione funziona meglio quando esiste un canale chiaro per la segnalazione e per il conferimento del materiale recuperato, evitando che la rete tolta dall’acqua finisca semplicemente abbandonata su una banchina invece che smaltita correttamente. La differenza tra un recupero fatto bene e uno fatto a metà sta proprio in questo ultimo passaggio.

Anche i diving center giocano un ruolo che va oltre la segnalazione occasionale: molti organizzano immersioni dedicate proprio alla ricerca e alla mappatura di attrezzi abbandonati nei siti che frequentano abitualmente, costruendo nel tempo una conoscenza dettagliata dei punti più a rischio della propria zona.

Cosa succede al materiale recuperato

Una rete recuperata correttamente non termina il proprio percorso in una discarica qualunque: i materiali sintetici di cui è composta possono, in molti casi, essere avviati a filiere di riciclo specifiche per le reti da pesca, che li trasformano in nuova materia prima per prodotti diversi dall’attrezzatura originale.

Prima del riciclo, il materiale recuperato viene generalmente ripulito da organismi marini, sabbia e residui organici, un passaggio necessario che richiede tempo e che spiega perché non tutte le organizzazioni possono gestire grandi quantità di reti in tempi rapidi.

Le associazioni che coordinano questi interventi tengono spesso traccia della quantità e del tipo di materiale recuperato in ciascuna zona, un dato che nel tempo aiuta a capire dove si concentra il problema e a indirizzare meglio le risorse disponibili per la prevenzione e il recupero futuro.

Zone marine protette e attenzione particolare al recupero

All’interno delle aree marine protette, il ritrovamento di una rete abbandonata segue spesso un canale di segnalazione dedicato, che coinvolge il personale dell’area oltre alla Guardia Costiera, con procedure pensate per intervenire senza danneggiare ulteriormente habitat già sotto tutela specifica.

In questi contesti, la rimozione richiede talvolta un’attenzione ancora maggiore rispetto a una zona non protetta, perché l’attrezzo abbandonato può essersi impigliato su formazioni coralline, praterie di posidonia o altre strutture biologiche fragili che un recupero frettoloso rischierebbe di danneggiare più della rete stessa.

Chi frequenta regolarmente un’area marina protetta come subacqueo o pescatore sportivo può informarsi presso l’ente di gestione sulle modalità di segnalazione specifiche di quella zona, spesso più rapide ed efficaci di una segnalazione generica quando si tratta di un sito con personale dedicato già presente sul territorio.

Questa attenzione aggiuntiva non deve scoraggiare la segnalazione, semmai il contrario: conoscere il canale corretto per la propria zona di riferimento rende più probabile che l’intervento avvenga in tempi rapidi e con il minor impatto possibile sull’ambiente circostante.

Domande frequenti

Posso portare in superficie una piccola rete trovata durante un’immersione ricreativa?

Solo se è di piccole dimensioni, non incastrata su strutture, in acque poco profonde e con un compagno presente. Con attrezzatura da taglio adatta e queste condizioni, molti centri di immersione organizzano regolarmente piccoli interventi di questo tipo durante le uscite ordinarie.

Le reti fantasma si degradano mai da sole?

Le fibre sintetiche più diffuse oggi si degradano molto lentamente, restando attive per anni. Il degrado, quando avviene, frammenta la rete in pezzi più piccoli che restano comunque pericolosi, spesso trasformandosi in un problema di microplastiche piuttosto che scomparire.

Cosa devo fare se trovo un animale già intrappolato e ancora vivo?

Segnala immediatamente alla Guardia Costiera al numero 1530 senza tentare di liberare l’animale da solo, a meno di avere una formazione specifica per quel tipo di intervento. Un tentativo maldestro può peggiorare le ferite dell’animale o causare un incidente a chi interviene.

Le reti abbandonate sono un problema anche in acque poco profonde vicino alla costa?

Sì, e spesso in modo più visibile: reti da riva perse durante mareggiate o dimenticate su scogliere basse continuano a catturare pesci proprio nelle zone più frequentate da chi fa snorkeling o pesca sportiva.

Esistono programmi organizzati di recupero delle reti fantasma in Italia?

Sì, diverse associazioni ambientali e centri di immersione organizzano giornate dedicate al recupero, spesso in collaborazione con i pescatori locali e con le aree marine protette, con lo stesso spirito con cui si organizzano le raccolte descritte nella scheda sulla pulizia delle spiagge.

Una rete abbandonata sul fondo non è un problema che si risolve tirandola su da soli alla prima occasione. Si risolve segnalandola bene, con coordinate precise, e lasciando che il recupero lo faccia chi ha l’attrezzatura e l’organizzazione per farlo senza trasformare un buon gesto in un incidente.