Quanta catena dare per non riancorare al buio

Catena dell'ancora che scorre sul musone di prua con acqua chiara sullo sfondo

L’ancoraggio che va male non va male subito. Va male alle tre del mattino, quando il vento gira di novanta gradi, la barca si allinea nella nuova direzione e l’ancora, che era piantata in un senso, si strappa nell’altro. A quel punto ci si ritrova in mutande in coperta, con la torcia in bocca e altre barche a poppa.

Nella quasi totalità dei casi la causa è una sola e si chiama catena filata corta. Non l’ancora sbagliata, non il fondale cattivo, non la sfortuna: catena corta, filata al tramonto quando il vento era leggero e mai aumentata quando è rinforzato.

La procedura che segue è quella che usiamo per una notte con vento previsto in aumento. Richiede venti minuti in più rispetto all’ancoraggio veloce da pranzo, e sono i venti minuti che decidono se si dorme o se si passa la notte a guardare il display del cartografico.

Prima di scegliere il punto

  • La regola di base è cinque volte la profondità calcolata per intero, e si sale a sette o più con vento forte.
  • La profondità non è quella dell’ecoscandaglio: vanno aggiunti l’altezza del musone e l’escursione di marea.
  • Il fondale conta più della catena. Sabbia sì, fango con pazienza, prateria mai.
  • La tenuta si verifica sempre, con marcia indietro progressiva e allineamenti a terra.
  • Il penzolo elastico non è un accessorio: protegge salpa-ancora, musone e sonno dell’equipaggio.
  • Il piano di fuga si decide con la luce, perché al buio non si improvvisa una rotta di uscita.

L’errore che costringe a riancorare di notte

La catena non tiene la barca perché è pesante. Tiene perché la sua parte iniziale resta appoggiata sul fondo e trasmette all’ancora una trazione quasi orizzontale, che è l’unica direzione in cui un’ancora lavora bene. Appena la trazione si solleva, l’ancora ruota e comincia a strisciare.

Quando il vento aumenta, la curva della catena si tende e il punto di attacco all’ancora si alza. È esattamente il momento in cui servirebbe più catena in acqua, ed è il momento in cui nessuno ha voglia di uscire a filarla. Chi la fila prima, con il vento ancora leggero, non dovrà farlo dopo.

Il secondo elemento è la rotazione. Una barca all’ancora non sta ferma: oscilla attorno al punto di calata e ruota completamente quando il vento gira. Il raggio di questa circonferenza è la somma della catena filata, della lunghezza della barca e di un margine, e va confrontato con la distanza dagli scogli e dai vicini prima di spegnere il motore.

Quanta catena dare all’ancora: i rapporti che reggono

Il rapporto si esprime tra metri di catena filati e profondità totale calcolata. I valori qui sotto valgono per una linea interamente in catena; con un tratto finale in cima si aumenta in modo sensibile, perché il tessile non appoggia sul fondo e non produce la stessa curva.

Condizione Rapporto in catena Note
Sosta diurna, vento debole, equipaggio a bordo Tre a uno Solo con qualcuno sveglio e motore pronto
Notte tranquilla, previsione stabile Cinque a uno Il minimo ragionevole per dormire
Vento previsto in aumento Sette a uno Da filare prima che aumenti, non dopo
Rinforzi decisi o rada esposta Otto a uno e oltre Compatibilmente con lo spazio di rotazione
Linea mista catena e cima Sette o dieci a uno Il tratto tessile richiede più lunghezza
Fondale basso, meno di quattro metri Rapporto maggiorato Con poca acqua il rapporto teorico non basta

Il limite pratico non è la catena disponibile, è lo spazio. In una rada affollata filare otto volte la profondità significa occupare un cerchio molto ampio, e la scelta corretta diventa cambiare punto o cambiare rada, non ridurre la catena e sperare.

Il calcolo della profondità che quasi nessuno fa per intero

La cifra da moltiplicare non è il numero sul display. L’ecoscandaglio misura dal trasduttore in giù, quindi va corretto con l’eventuale offset impostato, e a quel valore si aggiunge l’altezza del musone sul pelo dell’acqua, che su una barca da crociera è spesso più di un metro.

Poi si aggiunge l’escursione di marea prevista tra il momento della calata e l’alta marea successiva. In molti tratti del Mediterraneo è modesta, ma nell’alto Adriatico e in alcune zone della Sardegna e della Sicilia diventa una quota che cambia il rapporto in modo significativo, e il ragionamento vale a maggior ragione fuori dal bacino.

Infine si tiene un margine per l’onda. Con mare formato la barca sale e scende, e nel momento più basso la catena si tende di colpo. Chi ha calcolato al centimetro si accorge di questo effetto proprio quando il vento è già forte. La lettura delle previsioni prima di scegliere la rada è trattata nella scheda su come leggere il meteo marino.

Il fondale decide più della catena

Ancora piantata in un fondale di sabbia chiara vista da sott'acqua

La sabbia media è il fondo migliore: l’ancora penetra, si orienta e regge anche a variazioni di direzione. Il fango tiene molto bene una volta penetrato, ma richiede tempo e una trazione lenta e progressiva; chi tira subito e forte apre solo un solco.

La prateria di fanerogame è il caso da evitare per due motivi. Il primo è tecnico: l’ancora si appoggia sul tappeto di rizomi senza affondare, e la tenuta è illusoria. Il secondo è ambientale, perché la ferita che l’ancora e la catena aprono nella prateria impiega anni a chiudersi, come spiega la scheda sulla posidonia oceanica.

Roccia, ciottoli e fondi coperti di alghe danno risultati imprevedibili: a volte l’ancora si incastra e non si recupera più, a volte scivola per decine di metri. Dove esistono campi boe organizzati, usarli è quasi sempre la scelta migliore. In molte aree marine protette l’ancoraggio è regolamentato o vietato su determinati fondali: l’informazione si verifica nel regolamento dell’area e nelle ordinanze dell’ufficio marittimo competente, come ricorda la scheda sulle aree marine protette in Italia.

La procedura di ancoraggio, passo per passo

  1. Entra in rada a bassa velocità e fai un giro di ricognizione, leggendo profondità e natura del fondo sulla carta e sull’ecoscandaglio.
  2. Scegli il punto in funzione della direzione del vento prevista per la notte, non di quella che c’è adesso.
  3. Verifica il cerchio di rotazione rispetto a scogli, secche, boe e alle altre barche già ancorate.
  4. Ferma la barca sul punto scelto, con la prua al vento, e cala l’ancora fino a toccare il fondo controllando il contametri.
  5. Arretra lentamente filando catena, senza accumulare mucchi: la catena deve stendersi, non ammassarsi.
  6. Raggiunto il rapporto scelto, blocca la catena sul fermo o sulla bitta e lascia assestare per qualche minuto.
  7. Esegui la prova di tenuta con il motore, aumentando i giri in modo progressivo e mai di colpo.
  8. Monta il penzolo elastico, scarica il salpa-ancora e fila ancora un metro di catena perché il carico passi al tessile.
  9. Registra la posizione, imposta l’allarme di ancoraggio e prendi due allineamenti a terra.

Il passaggio critico è il quinto. Chi cala tutta la catena in verticale sul punto ottiene un mucchio sul fondo che non lavora e un’ancora appoggiata di fianco. La catena si stende arretrando, e la marcia indietro deve essere lenta quanto basta perché la linea resti sempre in leggera tensione.

Il controllo della tenuta: tre prove in sequenza

La prima prova è quella del motore. Si porta la marcia indietro a giri bassi e si tiene per un minuto, poi si sale gradualmente fino a un regime paragonabile alla spinta che darebbe il vento previsto. Se la barca arretra con continuità, l’ancora sta arando e si ricomincia da capo.

La seconda è quella della mano sulla catena. Appoggiando il palmo o il piede sulla catena tesa si sente la differenza tra la vibrazione continua di un’ancora che striscia e il silenzio di un’ancora piantata. È il metodo più immediato e il più affidabile senza strumenti.

La terza è quella degli allineamenti. Si scelgono due coppie di riferimenti a terra su direzioni diverse, per esempio uno spigolo di casa con un albero dietro, e si controllano a distanza di qualche minuto. Se l’allineamento si apre, la barca si sta spostando. Con buona visibilità e maschera, l’ispezione dell’ancora sul fondo resta la verifica definitiva.

Il penzolo elastico e i carichi di strappo

Barca a vela all'ancora in una rada al tramonto con la prua rivolta al vento

Una linea interamente in catena, quando la curva si tende, diventa rigida. A quel punto ogni onda produce uno strappo secco che si scarica su musone, catena e ancora, e che è la causa principale del disincaglio improvviso durante la notte.

Il penzolo è un tratto di cima elastica, fissato alla catena con un gancio o un nodo adatto e rinviato a una bitta robusta. Assorbe gli strappi, abbassa il punto di trazione, riduce il rumore e toglie carico dal salpa-ancora, che è un verricello di sollevamento e non un punto di ormeggio.

Il materiale non è indifferente. Serve una cima con buon allungamento, quindi in genere poliammide a tre legnuoli, di diametro proporzionato alla barca. Una cima ad alto modulo, rigida per costruzione, non assorbe nulla e trasferisce lo strappo esattamente come farebbe la catena nuda.

La lunghezza utile va da alcuni metri a una decina, con maggiore allungamento quanto più il mare è formato. Va protetto dallo sfregamento nel punto in cui passa sul musone e controllato ogni mattina, perché è l’elemento che lavora di più e che cede per primo.

Segnalazione, luci e buona condotta in rada

Una barca all’ancora, di notte, espone un fanale bianco visibile a giro d’orizzonte nella zona prodiera; di giorno, dove previsto, il pallone nero. Non è un dettaglio formale: è ciò che rende la barca riconoscibile a chi entra in rada al buio, e nelle rade frequentate fa la differenza.

La precedenza di fatto spetta a chi è arrivato prima. Chi ancora dopo tiene conto del cerchio di rotazione dei vicini e si tiene a distanza, considerando che barche con linee diverse ruotano in tempi diversi e possono avvicinarsi anche senza che nessuno abbia arato.

Restano infine i comportamenti di convivenza: motore e generatore spenti la sera, luci di coperta contenute, tender ormeggiato corto e nessuno scarico in rada. La terminologia e le manovre di base per chi si avvicina adesso alla navigazione sono nella scheda su nodi e termini della vela.

La guardia all’ancora e gli allarmi

L’allarme di ancoraggio del cartografico o dell’applicazione va impostato con un raggio pari alla catena filata, più la lunghezza della barca, più un margine per l’imprecisione del posizionamento. Un raggio troppo stretto suona tutta la notte e viene disattivato; uno troppo largo suona quando è tardi.

Nelle notti con vento in aumento l’allarme non basta. Si organizzano turni di controllo, anche solo un’occhiata ogni ora, e si tiene il motore pronto e la coperta libera. Il criterio è semplice: se qualcuno a bordo non riesce a dormire per il rumore della catena, quella persona è già di guardia e tanto vale formalizzare il turno.

Le condizioni si aggiornano anche di notte, e i bollettini del Servizio Meteorologico restano il riferimento per il Mediterraneo. Un peggioramento anticipato di tre ore rispetto alla previsione è un evento normale, e va gestito con la catena già filata e non con quella ancora nel gavone.

Il piano di fuga si prepara con la luce

Prima del tramonto si decide da dove si esce se la notte gira male: quale direzione, quale profondità, quali ostacoli, quale porto rifugio raggiungibile e in quanto tempo. Si guarda dove sono le altre barche e da che parte si passa se occorre muoversi in fretta.

Si prepara anche il caso peggiore, cioè l’ancora che non si recupera. Con vento forte e coperta bagnata la manovra corretta è filare tutto, vincolare l’estremità della catena a un galleggiante e mollarla, per tornare a recuperare con il bel tempo. Perdere un’ora di lavoro è meglio che restare sottovento a una scogliera.

Per ogni emergenza in mare il canale 16 del VHF resta lo strumento primario, insieme al numero blu 1530 della Guardia Costiera; il 112 vale ovunque. Chiamare presto è sempre corretto: una segnalazione precoce si può annullare, una tardiva no.

Domande frequenti

Quanta catena serve davvero su un fondale di cinque metri?

Si parte dal calcolo completo: cinque metri di sonda più l’altezza del musone più l’escursione di marea danno la profondità reale, spesso vicina ai sette. Con rapporto cinque a uno si superano i trenta metri di catena, e con vento in aumento si va oltre i quaranta.

Serve aggiungere una zavorra sulla catena?

Un peso fatto scorrere lungo la catena abbassa la curva e migliora la tenuta a parità di lunghezza filata. Aiuta negli spazi stretti dove non si può filare di più, ma non sostituisce la catena in condizioni impegnative, e complica il recupero rapido di notte.

Il salpa-ancora può reggere il carico durante la notte?

No, e non è quello il suo compito. Il verricello serve a sollevare, non a trattenere. Il carico va sempre trasferito al fermo catena o a una bitta tramite il penzolo, altrimenti si danneggiano barbotin e riduttore, spesso senza accorgersene fino al momento del recupero.

Come ci si comporta se un vicino ara e viene addosso?

Si sveglia l’equipaggio, si accende il motore e si preparano i parabordi. Si prova a chiamare a voce o con la torcia e, se la barca è vuota, si valuta di spostarsi per primi: discutere di chi ha ragione mentre due scafi si toccano non serve a nessuno.

Si può ancorare per la notte in una rada aperta?

Solo se la previsione è stabile e se esiste una via di uscita percorribile anche al buio. Una rada aperta al vento previsto non è un ancoraggio ma una sosta, e va trattata come tale: turni di guardia, catena abbondante e disponibilità a partire nel cuore della notte.

Un buon ancoraggio si riconosce dal fatto che nessuno se lo ricorda. Venti minuti in più al tramonto, una decina di metri di catena in più e due allineamenti presi con calma valgono, in pratica, tutte le notti in cui non è successo niente.