Salvare i Cetacei in Adriatico: Cosa Funziona Davvero

Pinna dorsale di un tursiope nell

Era una mattina di settembre quando Anna, biologa marina del centro di Riccione, ha ricevuto la chiamata: un giovane tursiope di circa due metri spiaggiato vivo a Senigallia. Tre ore dopo era morto, nonostante l’intervento dei volontari della Capitaneria e di un team veterinario. La diagnosi successiva ha mostrato un’ostruzione intestinale provocata da plastica. È una storia ricorrente, ma è anche la base operativa di un sistema di salvataggio, monitoraggio e prevenzione che nel 2026 funziona meglio di quanto sembri sui giornali.

Quali cetacei vivono nell’Adriatico

Le specie di cetacei regolarmente presenti nell’Adriatico settentrionale e centrale sono principalmente tre. Il tursiope (Tursiops truncatus) è la specie più numerosa, con popolazioni residenti stabili lungo le coste italiana e croata, stimate complessivamente in 600-800 individui. La stenella striata (Stenella coeruleoalba) frequenta le acque più profonde dell’Adriatico meridionale. Il delfino comune (Delphinus delphis) è oggi raro ma occasionalmente osservato.

L’Adriatico settentrionale, con la sua profondità media di 35 metri e la rilevante portata fluviale del Po, è un sistema ecologico atipico per i cetacei: meno biomassa pelagica della media mediterranea, ma una concentrazione di tursiopi residenti notevole grazie alla disponibilità di pesce demersale.

Le minacce reali, in ordine di impatto

I dati raccolti negli ultimi quindici anni dai progetti di monitoraggio italiani indicano una gerarchia di rischi precisa. Al primo posto il bycatch, ovvero la cattura accidentale nelle reti da pesca, in particolare nelle reti pelagiche e nei tramagli. Le stime ISPRA suggeriscono fra 50 e 150 individui di tursiope all’anno catturati accidentalmente nell’Adriatico italiano, con una mortalità elevata.

Al secondo posto l’inquinamento chimico e da microplastiche. Diverse necropsie su cetacei spiaggiati hanno documentato concentrazioni di idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e di mercurio nei tessuti, con gradiente nord-sud associato agli scarichi del Po e del Tagliamento.

Al terzo posto il rumore sottomarino, generato dal traffico marittimo intenso (l’Adriatico è uno dei mari più trafficati del Mediterraneo), che interferisce con la comunicazione e l’ecolocazione.

Come funziona il sistema di salvataggio nel 2026

Il sistema italiano si basa su una rete di centri specializzati e su protocolli operativi standardizzati. La Banca Dati Spiaggiamenti, gestita dal Centro Interuniversitario di Ricerca sui Cetacei dell’Università di Padova in collaborazione con l’ISPRA, raccoglie ogni segnalazione di stranding e ne registra i dati.

Quando un cetaceo si spiaggia vivo, le 72 ore precedenti e successive sono critiche. Il protocollo prevede tre fasi: stabilizzazione (mantenere idratato l’animale, ridurre lo stress, proteggere dal sole), valutazione veterinaria (presenza di traumi, parassitosi, malnutrizione, segni di rilascio in mare), decisione (rilascio assistito, trasporto in struttura di riabilitazione, eutanasia umanitaria nei casi senza prospettive).

I programmi scientifici attivi

Tre progetti di ricerca rilevanti operano oggi sull’Adriatico italiano. Il progetto Tursiope Romagnolo, condotto dalla Fondazione Cetacea di Riccione, monitora la popolazione fra Cesenatico e Pesaro tramite foto-identificazione delle pinne dorsali, con un catalogo individuale superiore a 350 individui riconosciuti.

Il progetto NETCET, finanziato dall’UE e coordinato dall’Università di Veterinaria di Padova, ha sviluppato linee guida transfrontaliere fra Italia e Croazia per la riduzione del bycatch tramite “pinger” acustici sulle reti.

Il programma di Banca Tessuti del Mediterraneo conserva campioni biologici di cetacei spiaggiati dell’ultimo ventennio, una risorsa scientifica usata per analisi tossicologiche e genetiche.

Biologa marina su una nave di ricerca con strumenti di marcatura satellitare per cetacei dell'Adriatico
Le campagne di marcatura satellitare permettono di tracciare i movimenti dei tursiopi e di identificare le aree critiche per la conservazione.

Il caso del tursiope “Lampo”: cinque anni di dati

“Lampo” è il nome attribuito dai ricercatori della Fondazione Cetacea di Riccione a un tursiope maschio adulto identificato per la prima volta nel 2021 grazie a una caratteristica scalfittura sulla pinna dorsale. In cinque anni di osservazioni l’animale è stato fotografato 87 volte in un’area di circa 1.200 chilometri quadrati fra Rimini e la foce del Conca, dimostrando una straordinaria fedeltà territoriale. Nel 2024 è stato registrato in compagnia di una femmina con cucciolo, suggerendo un ruolo riproduttivo. Nel marzo 2026 è stato fotografato con una ferita superficiale compatibile con elica di natante, guarita in alcune settimane.

Storie come quella di Lampo sono utili al lavoro scientifico per due motivi. Primo, dimostrano che le popolazioni adriatiche di tursiopi sono ancora capaci di resilienza e di riproduzione. Secondo, danno alla cittadinanza un volto e un nome al di là dei numeri statistici, e questo aumenta il sostegno politico ai programmi di conservazione. Il successo del crowdfunding annuale della Fondazione, che nel 2025 ha superato i 110.000 euro, è in larga parte attribuibile a queste narrazioni individuali.

Il ruolo dei pescatori

Una verità poco diffusa è che i pescatori adriatici sono parte della soluzione, non solo del problema. La maggior parte delle marinerie italiane ha sottoscritto protocolli di segnalazione di catture accidentali e di rilascio degli animali ancora vivi. Diverse cooperative di Goro, Cesenatico, Marsala collaborano con i centri di ricerca, scaricando dati sulle catture e su osservazioni di delfini in azione attorno alle reti.

Il “depredamento” delle reti da parte dei tursiopi (che si nutrono del pesce intrappolato) è un fenomeno tecnico complesso, che genera tensione fra pescatori e biologi. Le soluzioni in fase di sperimentazione includono pinger di nuova generazione, modifiche al disegno delle reti e indennizzi parziali per i danni economici.

Tecnologie per ridurre il bycatch

I pinger acustici di seconda generazione, distribuiti gratuitamente a 280 imbarcazioni adriatiche italiane fra il 2023 e il 2025 nell’ambito del progetto LIFE DELFI, hanno mostrato una riduzione del bycatch del 35-55% nei tramagli e del 20-30% nelle reti da posta. La tecnologia funziona emettendo segnali acustici pulsati a frequenze percepite dai tursiopi come segnali di disturbo, senza danneggiare l’apparato uditivo dell’animale.

Una seconda linea di sviluppo riguarda le reti “modificate” con cordami a diversa elasticità che permettono ai cetacei intrappolati di liberarsi più rapidamente. Una terza è il monitoraggio con telecamere subacquee economiche montate sulle reti per documentare le interazioni in tempo reale, dati poi processati con algoritmi di visione computerizzata sviluppati in collaborazione con il CNR-IRBIM di Ancona.

Cosa può fare un cittadino

Tre comportamenti pratici. Primo: in caso di avvistamento di cetaceo spiaggiato, vivo o morto, chiamare la Capitaneria di Porto al 1530, evitando di toccare l’animale o di tentare di rimetterlo in acqua senza istruzioni. Secondo: ridurre l’uso di plastica monouso, in particolare nei comportamenti balneari estivi, dato che la plastica galleggiante è una delle vie di ingresso nei tratti digestivi dei cetacei. Terzo: sostenere economicamente i centri di recupero attraverso donazioni o partecipazioni a programmi di citizen science.

Il turismo del whale-watching, tra opportunità e cautele

L’Adriatico non offre il whale-watching commerciale a livello del Santuario Pelagos del Tirreno, ma esistono programmi di ecoturismo educativo nelle Marche e in Croazia. Le buone pratiche sono codificate dall’ACCOBAMS (Accordo per la Conservazione dei Cetacei del Mar Nero, del Mediterraneo e dell’Atlantico): distanza minima di 100 metri, velocità ridotta, divieto di alimentazione, durata limitata dell’osservazione.

Per chi vuole partecipare a osservazioni sul campo, le iniziative del CNR di citizen science prevedono uscite estive con biologi a bordo, in cui i partecipanti contribuiscono al data entry fotografico. È un modo per finanziare la ricerca e per accrescere la consapevolezza pubblica senza generare disturbo agli animali.

Errori comuni del cittadino in spiaggia

Cinque comportamenti che, in buona fede, peggiorano la situazione. Il primo: tentare di trascinare un cetaceo spiaggiato in acqua. La spiaggiamento è quasi sempre l’effetto di una causa medica grave, e il rilascio non assistito porta l’animale a morte certa, talvolta in mare aperto dove il corpo non viene recuperato. Il secondo: scattare foto a distanza ravvicinata con flash, che può causare ulteriore stress neurovegetativo. Il terzo: bagnare l’animale con acqua dolce, che danneggia la cute. Si usa solo acqua di mare. Il quarto: coprire lo sfiatatoio con tessuti, anche se umidi: il cetaceo respira e l’ostruzione è fatale. Il quinto: condividere immagini sui social senza coordinarsi con le autorità: la viralizzazione attira folle che ostacolano l’intervento dei team specializzati.

Bandiere Blu 2025 e fauna marina dell’Adriatico

Il quadro del 2025 mostra un Adriatico paradossalmente più ricco di cetacei di quanto il senso comune suggerisca. Le rilevazioni della Foundation for Environmental Education hanno assegnato la Bandiera Blu a numerose località della costa adriatica italiana: nelle Marche spiccano Senigallia, Numana, Sirolo, Civitanova Marche e Pesaro; in Emilia-Romagna Cervia, Cesenatico, Bellaria-Igea Marina e Ravenna; in Veneto Bibione, Caorle, Lido di Jesolo, Cavallino-Treporti; in Friuli-Venezia Giulia Lignano Sabbiadoro e Grado. Questi riconoscimenti certificano la qualità microbiologica delle acque secondo i parametri della direttiva europea 2006/7/CE, ma non sono garanzia diretta della salute dei cetacei: il rumore sottomarino, il bycatch e i carichi chimici cumulativi non rientrano nei criteri della certificazione.

La fauna marina dell’Adriatico settentrionale e centrale comprende oltre ai tursiopi una significativa popolazione di tartarughe Caretta caretta, monitorate dalla rete TartaLife coordinata da CNR-IRBIM Ancona. I dati 2024-2025 indicano oltre 800 tartarughe recuperate dai centri italiani della rete, con tassi di sopravvivenza dopo riabilitazione superiori al 70% per gli individui adulti. La sovrapposizione fra le aree di foraggiamento delle tartarughe e quelle dei tursiopi è significativa, e i programmi di mitigazione del bycatch hanno ricadute positive su entrambe le specie.

Una specie meno discussa ma rilevante è la foca monaca (Monachus monachus), la cui presenza in Adriatico è documentata sporadicamente nelle isole croate (Cherso, Lussino) e occasionalmente nelle acque italiane di Tremiti. Il progetto Foca Monaca Italia, coordinato dall’ISPRA, mantiene un sistema di segnalazioni che ha registrato negli ultimi tre anni alcuni avvistamenti credibili lungo le coste pugliesi e marchigiane. La specie è classificata come “Endangered” dalla IUCN e ogni segnalazione costituisce un dato scientificamente prezioso. Per il bagnante o il diportista che dovesse osservare un esemplare, la procedura corretta è documentare con foto a distanza non inferiore a cinquanta metri e segnalare all’ISPRA via portale dedicato, evitando ogni avvicinamento o disturbo.

Comunità e associazioni locali per la fauna marina adriatica

Il tessuto associativo dedicato alla protezione della fauna marina adriatica è ricco e meritevole di conoscenza diretta da parte dei cittadini interessati a contribuire concretamente. La Fondazione Cetacea di Riccione, fondata nel 1988, è il riferimento storico per la riabilitazione di tartarughe e cetacei nel medio Adriatico: la struttura ospita un centro di recupero veterinario, un programma educativo per le scuole primarie e secondarie del territorio, e un sistema di adozioni simboliche che finanzia gli interventi di emergenza. La quota minima per un’adozione di tartaruga è di 35 euro annuali e include report periodici sulla riabilitazione dell’animale.

Più a sud, opera dal 1994 il Centro Recupero Cetacei e Tartarughe di Pescara, struttura abruzzese affiliata alla Capitaneria di Porto e dotata di vasche di stabilizzazione per cetacei medio-piccoli. Il centro ha sviluppato negli anni 2000 protocolli di chirurgia veterinaria per cetacei spiaggiati che oggi rappresentano riferimento internazionale nei manuali ACCOBAMS. La rete dei volontari opera su tre province (Pescara, Chieti, Teramo) e mantiene reperibilità H24 attraverso un numero verde collegato direttamente alla Guardia Costiera.

Sul versante della ricerca scientifica indipendente, il Delphis MDC (Mediterranean Dolphin Conservation) è una ONG italiana attiva dal 2002 con base operativa a Termoli e una flotta di tre imbarcazioni di ricerca. L’organizzazione conduce programmi di foto-identificazione, biopsie genetiche non invasive e citizen science, accogliendo ogni anno circa 80 volontari paganti che partecipano a campagne di una settimana sotto la supervisione di biologi marini. Il modello finanziario, basato sul contributo dei partecipanti, ha reso l’organizzazione economicamente sostenibile senza dipendere esclusivamente da finanziamenti pubblici.

A livello europeo, la rete ACCOBAMS coinvolge oltre venti Paesi del Mediterraneo, del Mar Nero e dell’Atlantico contigui, con segretariato a Monaco. L’Italia partecipa attivamente con rappresentanti del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e contribuisce al programma transfrontaliero “Cetaceans Network for the Adriatic” che collega ricercatori italiani, croati, sloveni, albanesi e montenegrini. La cooperazione è particolarmente significativa per le popolazioni di tursiopi che attraversano regolarmente i confini nazionali e richiedono strategie di gestione coordinate. Per il cittadino, la possibilità di partecipare alle iniziative di citizen science promosse dalla rete è ampia e accessibile attraverso i siti dei singoli partner nazionali.

Domande frequenti

Si possono adottare a distanza i delfini? Sì, la Fondazione Cetacea e altri enti propongono adozioni simboliche legate a singoli individui foto-identificati.

I delfini in cattività servono alla ricerca? La comunità scientifica italiana è oggi prevalentemente orientata verso il monitoraggio in natura. Le strutture di riabilitazione che ospitano temporaneamente animali feriti hanno protocolli di rilascio quando le condizioni lo permettono.

Cosa fare se vedo un delfino in difficoltà in mare aperto? Annotare la posizione GPS, fotografare se possibile, contattare immediatamente la Capitaneria. Non avvicinarsi con barche a motore in moto.

Esistono volontariati strutturati? Sì. Fondazione Cetacea Riccione, Delphis MDC, Centro Recupero Cetacei e Tartarughe di Pescara organizzano periodi di volontariato per studenti universitari e cittadini formati. La selezione è competitiva e prevede formazione preliminare obbligatoria.

Un sistema imperfetto ma in miglioramento

Il salvataggio dei cetacei in Adriatico nel 2026 è un’opera collettiva che coinvolge biologi, veterinari, pescatori, autorità marittime, volontari e ricercatori internazionali. I numeri assoluti delle perdite restano significativi, ma il tasso di sopravvivenza degli animali soccorsi tempestivamente è cresciuto, la collaborazione transfrontaliera è più solida e la consapevolezza pubblica è aumentata. Continuare a sostenere queste reti significa proteggere un mare che, nonostante tutto, ospita ancora una popolazione di tursiopi vitale.

Per altri approfondimenti consulta le nostre sezioni ambiente marino, spiagge italiane e sport acquatici.

Disclaimer: in caso di emergenze relative a fauna marina protetta, contatta sempre le autorità competenti (Capitaneria di Porto, numero 1530) e segui le loro istruzioni operative.

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